Economia

Di seguito riporto uno studio di settore pubblicato sul sole 24 ore. Di fronte ad un minimo aumento dei reditti si può notare il netto divario che esiste in Italia tra i vari settori lavorativi.

Gli studi di settore segnano un primo recupero con le dichiarazioni presentate nel 2006 in relazione al periodo d’imposta 2005. Dovuto, probabilmente, alla prima stretta sui criteri di accertamento disposta con il decreto legge 223/2006. E che porta a un aumento dei ricavi medi dichiarati di circa 6.000 euro e dei redditi medi di circa 1.000 euro. In un quadro complessivo che vede i redditi medi dei notai attestarsi a quota 436mila euro e quelli di negozi di abbigliamento, macellai, bar e ristoranti pericolosamente a ridosso di quota 15mila euro.
A tracciare un bilancio dell’applicazione degli studi di settore in relazione alle dichiarazioni 2006 (periodo d’imposta 2005) è una ricerca («Studi di settore: principali evidenze registrate nei periodi d’imposta dal 1998 al 2005») dell’ufficio studi dell’agenzia delle Entrate.
L’analisi compiuta dall’Agenzia ha riguardato i 46 studi di settore (sui 202 in vigore) di maggiore impatto, che corrispondono al 75,6% dei ricavi dichiarati, al 74% dei redditi e al 66,8% dei contribuenti che fanno i conti con Gerico. E la ricerca colloca, quando si tratta di determinare i redditi medi, due categorie (notai e farmacisti) ben al di sopra delle altre. Se, infatti, questi professionisti guadagnano, rispettivamente, in media, 436mila e 135mila euro, le altre categorie di contribuenti seguono molto staccati (si veda la tabella riportata a fianco).
Al terzo posto si collocano gli studi medici (56mila euro) che precedono di poco dottori commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro (54mila euro). Se si scende ancora, solo i fabbricanti di macchinari e di prodotti in gomma superano quota 50mila precedendo di poco gli studi legali (49mila euro). Il reddito medio è di 31mila euro. Poi comincia un’inesorabile discesa che registra redditi sotto 20mila euro per molte categorie, dai meccanici agli albergatori, dai benzinai ai camionisti, dai ristoratori ai bar. A testimonianza di un sistema dichiarativo che non riesce a rappresentare la realtà economica e, probabilmente, di sacche di evasione difficili da colpire.
Al di là del calcolo dei redditi medi, l’analisi punta a valutare gli effetti delle prime modifiche introdotte, con il Dl Visco-Bersani, per frenare la crisi degli studi di settore. Nel 2006, in particolare, i contribuenti in contabilità ordinaria avevano dovuto fare i conti con l’introduzione dell’accertamento in base agli studi di settore anche a seguito dello scostamento dalle richieste di Gerico in una singola annualità.
In linea generale, la ricerca rileva come i contribuenti non congrui si sono adeguati percentualmente di più nel 2005 che nel 2004. Con un incremento lieve, ma che sembra testimoniare una maggiore efficacia dello strumento. L’analisi registra, poi, che il 38% dei contribuenti è stato congruo e coerente sia nel 2004 che nel 2005 (con incrementi di ricavi e redditi del 3,4% e del 2,9%). Crescono, poi, i ricavi anche per i contribuenti che passano da congrui per adeguamento a congrui naturali.
Nel complesso i ricavi aumentano del 2,8% e i redditi del 3% (pari a circa mille euro). Se si passa, poi, alle imprese in contabilità ordinaria, per le quali sono cambiate le regole di accertamento fra 2004 e 2005, si registra che, per ciò che riguarda i contribuenti non congrui nel 2004, il 2005 ha portato a un incremento del reddito del 17,2%, che appare molto significativo.
In realtà, la prova del nove, per gli studi di settore arriverà con l’analisi delle dichiarazioni 2007. Quando sarà possibile valutare gli effetti sui contribuenti e sulla lotta all’evasione della “lunga estate della normalità” vissuta l’anno scorso.
E capire se l’operazione recupero di credibilità è riuscita oppure se, come avverte la stessa relazione dell’ufficio studi dell’agenzia delle Entrate in rapporto al 2005, richieste troppo elevate disincentivano l’adeguamento.

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